martedì 12 marzo 2019

AIDS: IL "NUOVO" SIEROPOSITIVO. UPDATE HIV IN VENETO


Vicenza - Classe sociale medio alta, buona cultura, in prevalenza maschio e quasi sempre ignaro di aver mantenuto un comportamento a rischio. È questo l’identikit del nuovo sieropositivo. “Oggi l’HIV rappresenta nelle nostre zone una percentuale di 5.8 casi ogni 100 000 abitanti, con punte di 15.6 per 100 000 abitanti di età di 20-28 anni. Si tratta 3443 casi di cui 43% è rappresentato da soggetti che hanno contratto l’infezione per via eterosessuale e il 38 % da chi avuto comportamenti omosessuali”, ha sottolineato la dottoressa Anna Maria Cattelan, Direttore UOC Malattie Infettive, AOU Padova, nel corso dell’evento "UPDATE HIV NELLA REGIONE DEL VENETO" organizzato da Motore Sanità, con il patrocinio dell'ULSS 8 Berica della Regione del Veneto e della Fondazione The Bridge e con il supporto non condizionato di ViiV Healthcare.  

Solo il 3% ha contratto l’infezione tramite siringa, quindi è tossicodipendente. È questo un dato che mostra una completa inversione di tendenza rispetto a quella riscontrata all’inizio dell’epidemia nelle nostre aree geografiche. “Più del 50% delle infezioni da HIV aveva già al momento della diagnosi un livello compromesso di immunità, questo significa che è arrivato tardivamente dallo specialista, significa che i pazienti si sentono poco coinvolti e non pensano di essere a rischio – ha sottolineato la dottoressa Cattelan – Il test viene richiesto solo in occasione di patologie che possono far pensare ad una infezione da HIV. È qui che bisogna agire, attraverso campagne mirate di informazione e di educazione. Soprattutto bisogna lavorare sui giovani. I nuovi farmaci consentono comunque una qualità di vita molto buona, tanto che un giovane che contrae l’infezione ha le stesse aspettative di un coetano sano, a patto che segua correttamente una terapia retrovirale, che oggi è comunque meno tossica di quanto non lo fosse anni fa”.
“Più dell’90% delle persone con HIV/AIDS seguite presso le Unità di Malattie Infettive del Veneto – ha affermato Cattelan   sono in soppressione virologica, vale a dire hanno ottenuto la negativizzazione della replicazione del virus HIV nel plasma. E questo grazie alla terapia antiretrovirale che prevede classicamente l’associazione di 3 farmaci. Per tutte queste persone l’obiettivo principale – ha proseguito l'esperto - è quello di mantenere questo risultato nel lungo termine, con il minor numero di effetti collaterali, il minor numero di tossicità e la migliore qualità di vita.

In Italia le nuove infezioni da HIV sono circa 3500 ogni anno, quasi 6 ogni 100mila abitanti. Numeri, se comparati con il passato, che mostrano una parabola discendente. Se le nuove cure compiono passi da gigante sia in termini di sopravvivenza sia in termini di qualità della vita del paziente, la prevenzione resta ancora l'arma più efficace contro questa malattia.
“L’obiettivo dell’evento è creare un agreement su nuove strategie di test, terapia e presa in carico del paziente – ha dichiarato Rosaria Iardino, Presidente Fondazione The Bridge – come i dati dimostrano, Regione Veneto ha tutti gli indicatori per diventare la prima Regione free HIV, andando a raggiungere l’obiettivo 90-90-90 (diagnosticare il 90% delle infezioni da HIV; far entrare in terapia il 90% delle persone con diagnosi di HIV; ottenere l’abbattimento della carica virale nel 90% delle persone in terapia) lanciato nel 2014 da UNAIDS grazie alle sue capacità organizzative, di programmazione e di ascolto”. L’assistenza ai pazienti con infezione da HIV in Veneto è affidata ai Centri di malattie infettive, dislocati nei capoluoghi di provincia e in due altri centri locali. In questi centri è possibile fare il test per HIV in modo anonimo e gratuito e senza impegnativa del MMG; inoltre vengono presi in carico i pazienti con infezione documentata.
La privacy dei pazienti è assicurata secondo quanto previsto dalla normativa nazionale (legge 135/90) e regionale e una volta documentata l’infezione, è prevista una esenzione della quota di partecipazione (ticket) che rende le procedure diagnostiche e terapeutiche esenti da pagamento. Le terapie messe a disposizione non sono in grado di eliminare l’infezione e portare a guarigione ma possono sopprimere completamente la replicazione del virus, assicurando la sopravvivenza dei pazienti e la loro qualità di vita comparabile ai pari età non infetti da HIV.
“Le persone sieropositive, se diagnosticate in tempo – ha dichiarato Marina Malena, Responsabile UOSD Centro Malattie Diffusive ULSS 9 Scaligera - grazie alle terapie antivirali disponibili, invecchiano come le persone di pari sesso ed età senza infezione. In questi ultimi tempi ha perso significato il monitoraggio frequente strettamente infettivologico viroimmulogico, come ad esempio la conta dei linfociti CD4 +, a favore del monitoraggio e della stima dei rischi per le comorbidità, le quali hanno sostituito il virus nell’impatto sulla salute e qualità di vita dei pazienti. I numerosi studi prodotti in questi ultimi anni hanno ampiamente dimostrato che le persone – ha proseguito il medico - in cura non sono più contagiose per i loro partner. Se si considera inoltre la recente possibilità, che si è concretizzata anche nel nostro Paese, e dimostrata anch’essa in numerosi studi, di poter effettuare una profilassi antivirale nei soggetti sieronegativi a rischio di acquisizione dell’infezione (PrEP: profilassi pre esposizione), sulla base dei loro comportamenti, disponiamo di un ulteriore strategia a favore della interruzione della catena epidemica, come peraltro dimostrato nei paesi dove sono già state attuate delle campagne a tal proposito. L’offerta della PrEP – ha proseguito l'esperta - è infatti un obiettivo cruciale nelle strategie di prevenzione del “Piano Nazionale di interventi contro l’HIV e AIDS (PNAIDS) 2017-2019” del 07.12.2016, per attuare la cosiddetta prevention cascade, e va implementata, assieme alla diffusione del testing per HIV. In sintesi è necessario uno sforzo comune dei vari stake holders coinvolti con l’obiettivo di promuovere – ha concluso Malena - una gestione multidisciplinare specialistica del paziente, l’implementazione della PrEP e del testing HIV e la riduzione dello stigma”. 

L’obiettivo fondamentale di questa giornata è stato quello di riportare l'HIV, inteso come prevenzione, cura e aspetti sociali del problema, nuovamente al centro del dibattito nonché porre la questione del benessere del paziente come stella polare dell’agire della politica sanitaria studiando in particolare nel caso della Regione del Veneto. Non si può però escludere dal paradigma il ruolo centrale che i farmaci, soprattutto quelli di ultima generazione, hanno sia per il trattamento della cura sia per garantire una qualità di vita dignitosa ai pazienti. “Il rapporto Osmed di AIFA mostra una spesa in Italia, per farmaci antivirali HIV nel 2017 di circa 68 milioni di euro in flessione dello 0.7% rispetto il 2016 – ha dichiarato Giovanna Scroccaro, Direzione Farmaci, Dispositivi e Protesica, Regione del Veneto - la spesa rappresenta il 3% della spesa complessiva farmaceutica. Il consumo si mantiene costante nel triennio 2015- 2017 – ha proseguito Scroccaro - la riduzione della spesa è dovuta infatti alla scadenza brevettuale dei farmaci, alla commercializzazione di farmaci generici e agli sconti consistenti applicati nelle gare regionali. Alcune delle sfide in campo farmaceutico dei prossimi anni sono rappresentate dalla urgenza di individuare e trattare precocemente i pazienti, dalla necessità – ha concluso l'esperta - di disporre di regimi terapeutici più tollerati soprattutto in caso di politerapia, pazienti anziani e più fragili, dalla necessità di individuare terapie efficaci nei pazienti che presentano infezioni multi-resistenti”.
“Il paziente affetto da HIV, tramite la terapia antiretrovirale – ha affermato Enzo Raise, Già Professore Malattie Infettive e Tropicali presso Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna, Padova e Udine  ha usualmente un ripristino delle difese immunitarie anche se parte da valori di T helper/inducer inferiori a 100-200 mm3 in presenza di viremia non “detectable”. Tale normalizzazione può associarsi all’ IRIS (Sindrome infiammatoria da immunoricostituzione), patologie infettive, autoimmunià, tumori. Nelle forme autoimmuni l’utilizzo di cortisonici – ha proseguito l'esperto - farmaci biologici (esempio anti TNF) è causa di patologia infettive dovute alla paralisi di alcuni processi immunologici”. 
Infine sull’argomento è intervenuto Maurizio Amato, Amministratore Delegato ViiV Healthcare Italia, dichiarando: “Un convegno molto interessante per parlare di una malattia che viene definita cronica e purtroppo ogni anno prevede l’infezione di 250 persone qui nella Regione del Veneto e che quindi non va trascurata. Se è vero che abbiamo a disposizione nuovi farmaci e che questi farmaci sono in grado di accompagnare il paziente a lungo termine e molto importante, allo stesso tempo, non abbassare la guardia dal punto di vista della prevenzione per cercare di fare uno sforzo e ridurre il numero delle persone che si ammalano – ha affermato Maurizio Amato – purtroppo ci sono fasce di popolazioni che non hanno opzioni terapeutiche. Circa 3/5% della popolazione oggi non ha adeguate alternative terapeutiche e quindi un altro punto importante è che c’è ancora bisogna di ricerca, che offra soluzioni innovative e deve essere messa a disposizione dei pazienti il prima possibile”. 
Per info: www.motoresanita.it (Omniapress-12.03.2019)

giovedì 7 marzo 2019

PREMIO AIFIn (FINANCIAL INNOVATION ITALIAN AWARD) PER ASSIMOCO




Segrate (Milano) - Il Gruppo Assimoco annuncia di aver vinto due prestigiosi riconoscimenti nell’ambito degli AIFIn - “Financial Innovation Italian Award” per l’innovazione. Le due soluzioni premiate sono MammaMia, che ha ottenuto il primo posto nella categoria Nuovi servizi retail, e SogniSicuri che si è aggiudicato il secondo posto nella categoria Prodotti assicurativi vita. La premiazione è avvenuta recentemente, durante il Convegno Financial Innovation Day di AIFIn, Associazione Italiana Financial Innovation, che si è svolto a Milano.

Il Premio AIFIn, che quest’anno è giunto alla quindicesima edizione, si propone di promuovere il ruolo dell’innovazione nel settore bancario, assicurativo e finanziario. Si tratta di un riconoscimento, suddiviso in 14 categorie, all’innovatività degli intermediari bancari, assicurativi e finanziari e alle loro capacità di anticipare e guidare i cambiamenti di mercato, ai manager che hanno attivato e gestito le iniziative innovative e al loro staff. Quest’anno, quindi, sono ben due i premi aggiudicati dal Gruppo Assimoco, da oltre quarant’anni, Compagnia di riferimento del Movimento Cooperativo.

Entrambe le soluzioni premiate state lanciate sul mercato lo scorso luglio: nel dettaglio, MammaMia favorisce la conciliazione della vita lavorativa e privata mentre,SogniSicuri è una soluzione finalizzata alla protezione degli obiettivi di vita delle famiglie con figli.

MammaMia, che ha ottenuto il primo posto nella categoria Nuovi servizi retail del Premio AIFIn, fornisce una serie di soluzioni immediate alle esigenze quotidiane dei genitori. Per esempio, nel caso un genitore si infortuni o si ammali, trovandosi nell’impossibilità di occuparsi dei propri figli minori, attraverso MammaMia potrà rintracciare una baby sitter qualificata nella zona in cui si trova e il costo di quest’ultima sarà a carico della Compagnia. Questo prodotto fornisce una risposta concreta alle preoccupazioni principali dei nuclei familiari, a volte monogenitoriali, relative alla conciliazione fra vita e lavoro. MammaMia è stato messo a punto grazie al lavoro di un Laboratorio di Innovazione che ha coinvolto alcuni partner intermediari del Gruppo Assimoco e che si è proposto di individuare una soluzione capace di integrare l’offerta di prodotti assicurativi con prestazioni e servizi accessori in grado di rispondere alle esigenze delle famiglie, in particolare quelle con figli, in modo differenziante.

SogniSicuri risponde alle esigenze della famiglia e del suo ciclo di vita. E’ un piano di accumulo del capitale dedicato ai genitori che vogliono accantonare risparmio per sostenere i figli in qualsiasi fase della loro vita e sino alla loro indipendenza economica. Il prodotto, messo a punto con un team di lavoro formato da esperti della Compagnia e da insigni giuristi, tra i quali avvocati esperti di diritto di famiglia e notai, risponde alle esigenze della famiglia e del suo ciclo di vita. Gli obiettivi prioritari per le famiglie con figli riguardano il mantenimento della prole e la necessità di garantire loro gli studi. SogniSicuri parte dal presupposto che la riforma della filiazione ha introdotto il concetto di responsabilità genitoriale, innalzando gli obblighi di mantenimento verso i figli ben oltre i diciotto anni sino alla autonomia patrimoniale.

Le soluzioni, inoltre, sono state pensate dal Gruppo Assimoco dopo aver analizzato e studiato le esigenze di neo-welfare della popolazione italiana. I risultati dell’indagine sono contenuti in un Rapporto sul Neo-Welfare, la cui pubblicazione ha cadenza annuale e che, a maggio 2019, vedrà concretizzarsi la sesta edizione.

Per info: www.assimoco.it (Omniapress-07.03.2019)

mercoledì 6 marzo 2019

SETTIMANA MONDIALE DEL CERVELLO (11-17 MARZO 2019): LE INIZIATIVE DELLA SOCIETA' ITALIANA DI NEUROLOGIA


Milano - “Proteggi il tuo cervello” è il claim che la Società Italiana di Neurologia (SIN) lancia in occasione della Settimana Mondiale del Cervello che dall’11 al 17 marzo si celebra in oltre 80 Paesi. Obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza e sottolineare l’importanza della prevenzione nella lotta alle malattie neurologiche, che solo in Italia colpiscono circa 5 milioni di persone. Pensare, ricordare, parlare, ma anche camminare, correre, ridere: una sinfonia, quella rappresentata dai più comuni e frequenti gesti quotidiani, diretta da un maestro d’orchestra d’eccezione: il cervello. Affascinante e misterioso, l’organo più prezioso del corpo umano coordina, infatti, in modo armonico le funzioni di tutto l’organismo. Per questo, proteggerlo risulta di fondamentale importanza. 

Dalla Malattia di Alzheimer a quella di Parkinson, dall’Ictus cerebrale alla Sclerosi Multipla, dall’epilessia fino all’emicrania e ai disturbi del sonno. Sono questi alcuni dei disturbi neurologici che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpiscono ben 1 miliardo di persone nel mondo. Oltre 47 milioni i casi di demenza e una stima di circa 7.7 milioni di nuovi malati ogni anno. Tra le demenze, la forma più comune è l’Alzheimer con cui sono chiamati a convivere 40 milioni di persone nel mondo. Sono circa 6 milioni, invece, le persone che ogni anno muoiono a causa di un Ictus cerebrale e 33 milioni i sopravvissuti con esiti più o meno invalidanti. Quanto alla Sclerosi Multipla (SM), circa 2.5 milioni le persone che convivono con le sue manifestazioni, mentre sono 6 milioni quelle affette dalla Malattia di Parkinson. Infine l’emicrania cronica colpisce nel mondo 1 persona su 10 ed è ritenuta seconda causa di disabilità per il forte impatto che ha su chi ne è affetto.

Adottare uno stile di vita sano è il primo passo per prendersi cura del proprio cervello, ma la prevenzione passa anche e soprattutto dal consulto dello specialista di riferimento. Il neurologo, l’unico in grado di comprendere lo straordinario ingranaggio del sistema nervoso, è protagonista indiscusso dello spot Conosci il Neurologo, Proteggi il Tuo Cervello” che la SIN ha voluto realizzare e diffondere in occasione del lancio della Settimana Mondiale del Cervello. Lo spot verrà trasmesso sulle principali reti nazionali dalla RAI a LA7, da Sky a Mediaset.

“La SIN ha fortemente voluto realizzare e diffondere questo spot per promuovere la figura dell’unico specialista che conosce a fondo il cervello e il suo funzionamento – ha commentato il Prof. Gianluigi Mancardi, Presidente SIN – Spesso, infatti, il paziente ha una paura ingiustificata di rivolgersi al neurologo, rinviando il consulto medico anche laddove necessario. Iniziative come la Settimana Mondiale del Cervello sono importanti occasioni per ricordare, in Italia e nel mondo, l’importanza della prevenzione nel contrastare l’insorgenza di patologie neurologiche. Proteggere il nostro cervello significa sia modificare errate abitudini che spesso ci vedono protagonisti, sia non sottovalutare sintomi e manifestazione che possono far sospettare un disturbo neurologico e che richiedono il parere del neurologo. Disturbi della memoria, del linguaggio, ma anche del sonno, possono infatti essere la spia di importanti disordini neurologici. La diagnosi precoce rappresenta una potente arma a nostra disposizione: solo riconoscendo tempestivamente un disturbo, infatti, è possibile mettere in atto quell’intervento terapeutico volto a limitare quanto più possibile importanti conseguenze”.
Di seguito gli spunti emersi in occasione della presentazione della Settimana Mondiale del Cervello, tenutasi a Milano:

L’alimentazione e la prevenzione delle malattie neurologiche
Prof. Mario Zappia, Segretario SIN, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università di Catania e Direttore della Clinica Neurologica dell’A.O.U "Policlinico Vittorio Emanuele" di Catania

Il funzionamento ottimale del Sistema Nervoso richiede una dieta sana ed equilibrata in grado di fornire un costante apporto di macronutrienti e micronutrienti, per cui la possibile prevenzione di molte malattie neurologiche si basa innanzitutto su una corretta alimentazione.
Le strategie di prevenzione su base alimentare sono molteplici. La prevenzione di malattie carenziali basata su un equilibrato apporto vitaminico, soprattutto del complesso B, è quanto mai attuale, considerando che tali malattie, una volta presenti solo in Paesi poveri e a basso sviluppo, sono oggi in crescita anche nella nostra parte di mondo sviluppato e ricco, basti solo pensare alle neuropatie e alle mielopatie secondarie a deficit di vitamina B12 procurato da diete molto in voga e strettamente prive di alimenti di derivazione animale.
Per altre malattie neurologiche ci sono evidenze oramai consolidate, derivanti soprattutto da studi neuroepidemiologici, che riportano il ruolo protettivo svolto da micronutrienti (folati, vitamine del complesso B, vitamina D, vitamina E), macronutrienti (acidi grassi poliinsaturi) e antiossidanti (polifenoli) nello sviluppo di patologie di tipo neurodegenerativo, cerebrovascolare e infiammatorio.
La dieta mediterranea riassume tali proprietà, essendo composta da alimenti ricchi di acidi grassi poliinsaturi (omega 3 e omega 6, presenti nel pesce azzurro, nell’olio d’oliva e nei legumi) e di antiossidanti (polifenoli come il resveratrolo, presente nel vino rosso, o le antocianine, presenti in frutta e verdura). Grazie alla sua composizione è indubbio il ruolo della dieta mediterranea, a basso contenuto di sodio e di grassi saturi di derivazione animale, nella prevenzione dell’ictus. È stato recentemente riportato che, su oltre 100.000 donne americane, chi aveva un’alta aderenza alla dieta mediterranea riduceva del 18% il rischio di ictus ischemico.
Uno studio americano ha evidenziato una riduzione del rischio di sviluppare Alzheimer pari al 40% in chi seguiva strettamente un’alimentazione di tipo mediterraneo e un altro studio ha riportato simili risultati anche per il Parkinson.
  
L’igiene del sonno: come evitare la comparsa di disturbi del sonno e prevenire, quindi, alcune malattie neurologiche
Prof. Giuseppe Plazzi, Centro per lo Studio e la Cura dei Disturbi del Sonno dell'Università di Bologna

La mancanza di sonno ha un significativo impatto sulla salute dell’individuo, sia a breve sia a lungo termine. Scarsa attenzione, disturbi della memoria e dell’apprendimento sono le conseguenze a breve termine di una non corretta qualità del sonno. Quanto a quelle a lungo termine, uno studio sperimentale del 2019, pubblicato su Nature, evidenzia come la frammentazione del sonno, provocata da risvegli notturni, faciliti la formazione di placche arteriosclerotiche. Inoltre, tra i disturbi del sonno, le apnee ostruttive tendono ad associarsi ad un elevato rischio cardio-cerebrovascolare con possibilità di Ictus ischemico. Importante evidenziare come il trattamento delle apnee notturne riporti il rischio di stroke ai livelli della popolazione generale. Alla Malattia di Parkinson sono invece legati alcuni disturbi motori notturni: oggi il disturbo di comportamento della fase REM (Rapid Eye Movement – la fase in cui si sogna) è riconosciuto non solo come una comorbilità del Parkinson, ma anche il più sensibile e affidabile marcatore precoce di tutte le malattie da accumulo di alfa-sinucleina. Riconoscere precocemente questo disturbo consente di identificare i pazienti prima della manifestazione diurna della malattia, permettendo quindi di somministrare tempestivamente efficaci terapie neuroprotettive e limitarne la progressione.

La riserva cognitiva e l’attività fisica possono proteggere il cervello dal decadimento mentale?
Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza

1 anziano su 4 di età superiore agli 80 anni è affetto dalla Malattia di Alzheimer.  Alla base di questa forma di demenza vi è l’accumulo progressivo nel cervello di beta-amiloide. Studi scientifici hanno dimostrato come il deposito anomalo di questa proteina possa essere causato dal danno vascolare. Correggere i fattori di rischio di patologie vascolari come ipertensione, diabete, obesità, fumo e scarsa attività fisica consente di limitare notevolmente il rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer e, più in generale, le demenze che solo in Italia colpiscono 1 milione di persone. Una recente revisione di circa 100 studi effettuati su oltre 100.000 anziani ha inoltre confermato che l’attività fisica aerobica moderata (almeno 3 ore alla settimana per almeno 25 settimane consecutive) è in grado di migliorare le prestazioni cognitive, sia nei soggetti in salute sia in quelli con deficit cognitivi. Sempre con riferimento allo sport, recenti esperimenti su modelli animali hanno evidenziato come il fattore neurotrofico BDNF, prodotto dai muscoli durante l’attività fisica, sia in grado di ridurre la produzione nel cervello della proteina beta amiloide. Non solo training fisico: l’allenamento mentale attraverso attività quali la lettura, lo studio di una nuova lingua o di uno strumento musicale, o semplicemente con un passatempo stimolante, contribuisce a proteggere il nostro cervello e a ritardare la comparsa di demenza in soggetti con iniziale declino cognitivo. Questo perché le attività cognitive implicano la continua creazione di nuove connessioni cerebrali che determinano una cosiddetta “riserva cognitiva” in grado di contrastare il danno di alcuni circuiti cerebrali.

Come proteggere il cervello dai disturbi cerebrovascolari?
Prof. Danilo Toni, Associato in Neurologia, Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare e Neurologia d’Urgenza Policlinico Umberto I di Roma

La correzione dei cosiddetti fattori di rischio modificabili quali fumo, ipertensione, ipercolesterolemia, fibrillazione atriale, obesità e diabete consente una significativa riduzione del rischio di Ictus cerebrale. A ridurre del 50% il rischio di Ictus è l’eliminazione dell’ipertensione, del 19% la perdita di peso se obesi e del 12% lo stop al fumo. Ogni anno in Italia si registrano 150.000 nuovi casi di Ictus cerebrale, mentre sono 800.000 le persone sopravvissute allo Stroke che portano i segni di invalidità; Queste misure di protezione del cervello dai disturbi cerebrovascolari possono essere messe in atto prima che questi si verifichino (prevenzione primaria). Ma è possibile proteggere il nostro cervello se un ictus ischemico si è già verificato? Il danno dovuto all’ictus può essere limitato attraverso terapie di riperfusione farmacologiche e/o meccaniche. La trombolisi intravenosa e la trombectomia meccanica, in combinazione o separatamente fra loro a seconda dei casi clinici, consentono oggi di ottenere un recupero delle funzioni neurologiche allo stato precedente l’ictus fino al 50-60% dei casi trattati.
Va però ricordato che, al momento, solo il 10%-15% di tutti i pazienti con ictus è candidabile alla trombolisi intravenosa e circa il 5% alla trombectomia meccanica. Ma il cervello colpito da ictus si protegge anche sottoponendo il paziente alle terapie farmacologiche atte a stabilizzarlo dal punto di vista pressorio e del ritmo cardiaco, evitando la malnutrizione e la conseguente depressione immunitaria e, infine, trattando eventuali complicanze infettive.

Possiamo prevenire le malattie neuromuscolari?
Prof. Antonio Toscano, Professore Ordinario di Neurologia, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Messina

Si stima che, in Italia almeno 80.000-100.000 pazienti siano affetti da Malattie Neuromuscolari (MNM) che nel 90% rientrano tra le malattie rare. Verosimilmente, ad oggi, almeno 200-300 diverse forme di MNM sono state riconosciute nel territorio Nazionale.
La prevenzione di tali malattie è, spesso, un percorso articolato e complesso. La loro prevenzione, in maniera sistematica, è possibile soprattutto per le patologie acquisite (non ereditarie) ma adesso, sempre più frequentemente, anche per quelle genetiche. Per tali motivi, si ricorre spesso ad un consulto specialistico presso i Centri in grado di offrire percorsi di diagnosi e cura completi e multidisciplinari. 
Nell'ambito delle malattie neuromuscolari infatti il termine prevenzione acquista un significato più ampio. Se da un lato, una volta identificato il difetto genetico primario o la forma acquisita, vi è la possibilità di offrire al paziente e alla famiglia l’opportunità di ricorrere ad una consulenza clinica e/o genetica o eseguire test prenatali, dall'altro, l'identificazione precoce della malattia permette l’attuazione di un piano assistenziale-terapeutico mirato alle esigenze del paziente con l’obiettivo di prevenire la progressione della patologia stessa.
La prevenzione e la ricerca della diagnosi nelle MNM costituiscono passaggi fondamentali e necessari per poter seguire e consigliare al meglio i pazienti ed i loro familiari.
Il 9 marzo si celebra la Giornata delle Malattie Neuromuscolari (GMN), che coinvolge specialisti esperti di MNM di tutto il territorio nazionale, i quali incontreranno cittadini, pazienti e familiari, ma anche medici e operatori sanitari in 17 città italiane contemporaneamente con l’obiettivo non solo di informare ma anche di fornire un supporto educativo per la prevenzione, la diagnosi e la presa in carico di pazienti con sospetta o già diagnosticata malattia neuromuscolare.
  
Prevenzione e malattie extrapiramidali – Parkinson, distonie, corea di Huntington, disturbi del movimento
Prof. Roberto Eleopra, Vicepresidente SIN e UOC Neurologia 1 – Parkinson e Disordini del Movimento, Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta Milano

Il ruolo della prevenzione è rilevante nel caso delle malattie neurologiche del sistema extrapiramidale, quali Parkinson, Distonie, Corea, ecc. Si tratta di patologie che possono manifestarsi con rallentamento nei movimenti (forme ipocinetiche, quali il Parkinson) o movimenti del corpo eccessivi (forme ipercinetiche, quali distonie o tremori).
La prevenzione è soprattutto basata su una diagnosi precoce della malattia, che talora compare lentamente in età infantile o giovanile, per evitare le disabilità successive, ma poi si attua anche attraverso una accorta e sana alimentazione ed esercizio fisico e allenamento costanti.
Al riguardo, gli esperti identificano quegli alimenti che possono avere un ruolo nella genesi dei disturbi neurologici o che possono incidere negativamente su condizioni preesistenti. Nella Malattia di Parkinson, ad esempio, i pasti, specie se ricchi di proteine, possono interferire sia con l’assorbimento dei farmaci (es.: Levodopa), sia con il loro ingresso nel cervello contribuendo alla diminuita efficacia della terapia, vi sono numerose evidenze per ritenere importante l’uso di una dieta prevalentemente vegetariana a basso contenuto proteico.  Un’alimentazione povera di colesterolo e ricca di fibre, vitamine ed antiossidanti presenti in frutta e verdura e di grassi insaturi contenuti nell’olio di oliva (la cosiddetta dieta mediterranea) riducono l’incidenza anche dei disturbi cognitivi nelle malattie extrapiramidali
In caso di malattia, la protezione del cervello può venire dall’intervento terapeutico tempestivo?
Prof. Gianluigi Mancardi, Presidente della SIN, Clinica Neurologica Università di Genova

Per essere efficace, una cura deve essere somministrata precocemente: solo in questo modo, infatti, è possibile limitare devastanti conseguenze. Sclerosi Multipla, Ictus, Alzheimer e Cefalee croniche sono il bersaglio delle più innovative terapie, messe a punto recentemente dalla ricerca scientifica.
A disposizione della Sclerosi Multipla, che solo in Italia colpisce 120.000 perone, 15 differenti terapie con possibilità di personalizzazione in base al tipo e alla gravità dell’esordio clinico. Gli avanzamenti più recenti riguardano le terapie con anticorpi monoclonali anti-linfociti B e il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche, una procedura efficace nei casi particolarmente aggressivi che non rispondono alle terapie approvate.  Nelle malattie cerebrovascolari, studi recenti hanno confermato l’utilità della terapia endovascolare anche dopo 16 e persino 24 ore dall’Ictus in quei pazienti che abbiano buoni circoli collaterali e tessuto nervoso in sofferenza, ma non ancora irrimediabilmente perso. Nella Malattia di Alzheimer, alcuni studi che utilizzano anticorpi monoclonali in grado di ridurre l’anomalo deposito di amiloide sembrano indicare che una terapia eziologica sia possibile e oramai vicina, anche se efficace solo nelle fasi molto iniziali di malattia. Risulta quindi fondamentale una diagnosi precoce. Enormi sono stati anche i passi compiuti dalla ricerca nel trattamento delle cefalee, con particolare riguardo all’emicrania cronica: per gli 800.000 italiani che ne soffrono sono stati sviluppati anticorpi monoclonali selettivi in grado di migliorare notevolmente la qualità di vita dei pazienti.

Incontri divulgativi e convegni scientifici, attività per gli studenti delle scuole secondarie e open day presso le cliniche neurologiche: numerose le iniziative gratuite che si svolgeranno in tutto il territorio nazionale e avranno come protagonista illl nostro organo più complesso, il cervello, che ci permette di pensare, ricordare, muovere, sentire, parlare, vedere, dormire e organizzare tutte le nostre numerose attività. 

Per maggiori informazioni www.neuro.it (Omniapress-6.3.2019)

giovedì 28 febbraio 2019

CAMPAGNA DI PREVENZIONE DELLA FRAGILITA' OSSEA: TESTIMONIAL L'ATTRICE LAURA MORANTE


Milano -  Laura Morante è la testimonial della più grande iniziativa di sensibilizzazione sulla prevenzione della fragilità ossea mai realizzata in Italia, che riunisce 10 società scientifiche (specialistiche e di medicina generale), Federfarma, ANMAR Onlus - Associazione Nazionale Malati Reumatici Onlus e Senior Italia Federanziani, realizzata grazie al supporto incondizionato di Abiogen Pharma e Italfarmaco. All’insegna dello slogan “FAI LA PRIMA MOSSA. CURA LE TUE OSSA.” la celebre attrice e regista, tra le più amate ed apprezzate del cinema italiano, presta per la prima volta il suo volto per sensibilizzare sulla fragilità ossea e promuoverne la prevenzione primaria e secondaria.
Presente con uno spot in tv e pubblicità sui principali quotidiani e magazine a partire da marzo, la Campagna si rivolge in modo particolare agli over 50 che rappresentano la parte della popolazione più a rischio di fragilità ossea. Ai tradizionali strumenti advertising sono stati affiancati materiali informativi messi a disposizione nei centri anziani distribuiti sul territorio nazionale, un sito web con consigli pratici per pazienti e caregiver ed una pagina Facebook.
Perché parlare di fragilità ossea? Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza di salute destinata a crescere nei prossimi anni a causa del progressivo invecchiamento della popolazione – ha spiegato il Prof. Stefano Gonnelli, Professore Ordinario di Medicina Interna, Università di Siena e membro del Coordinamento Scientifico dell’iniziativa - In Italia solo nel 2017 sono state 560mila le nuove fratture da fragilità, con un costo per il sistema sanitario di 9,4 miliardi di euro; in assenza di strategie preventive si prevede che aumentino del 22,6% nel 2030 portando la spesa sanitaria a 11,9 miliardi. L’impatto clinico e socioeconomico è ancora maggiore se si considera che una frattura iniziale (peraltro non sempre diagnosticata) aumenta significativamente il rischio di fratture successive e può dare inizio ad una cascata fratturativa che porta ad un peggioramento dello stato di salute della persona e ad una progressiva perdita di autonomia e qualità di vita, oltre che ad un aumento dei costi per l’assistenza sanitaria e ad un maggiore rischio di mortalità. È dunque necessario individuare strategie indirizzate verso l’active ageing e tese a garantire anni vissuti in buona salute e senza limitazioni dell’autonomia personale.” ha concluso Gonnelli.
Poiché le fratture da fragilità non sono un inevitabile segno dell’invecchiamento, ma sono una conseguenza dell’osteoporosi che porta al progressivo indebolimento delle ossa, devono essere gestite come eventi clinici prevenibili. Nella gestione delle fratture da fragilità gli aspetti da migliorare vanno dalla diagnosi di osteoporosi, che il più delle volte avviene solo dopo il ricovero causato da una frattura da fragilità, alla gestione del paziente. L’informazione mirata poi è una tra le frecce indispensabili per contrastare il dilagare della malattia e poterla prevenire, conoscendone i fattori di rischio.
Sappiamo che le fratture da fragilità sono un ostacolo per l’invecchiamento in buona salute e si ripercuotono sull’indipendenza e sulla qualità di vita, causando disabilità significative e rendendo difficile la vita quotidiana anche nelle sue piccole attività. Sappiamo anche che esiste un impatto psicologico importante successivo all’intervento chirurgico. – ha sottolineato Silvia Tonolo, Presidente ANMAR – Associazione Nazionale Malati Reumatici Onlus – Con questa iniziativa vogliamo aggiungere un piccolo, ma utile tassello alla consapevolezza e all’informazione sul modo più semplice per ridurre i rischi di fratture da fragilità. Basta adottare comportamenti salutari, a partire da un’alimentazione corretta, impegnarsi a svolgere quotidianamente attività fisica, non fumare e non eccedere con l’alcol e serve intercettare il paziente in fase precoce di malattia. Vogliamo anche sensibilizzare sul fatto che in caso di precedente frattura è bene parlare con il proprio medico per ricercare la soluzione migliore per evitare nuovi episodi.”
Nei soggetti ad alto rischio di frattura o in caso di una frattura da fragilità pregressa, infatti, gli interventi sullo stile di vita non sono da soli sufficienti.
“Le fratture da fragilità devono essere riconosciute il più presto possibile e considerate come una priorità per la sanità pubblica con lo scopo di ottimizzare gli interventi, sia preventivi che farmacologici, e migliorarne la prevenzione secondaria finora trascurata – ha precisato il Prof Salvatore Minisola Professore Ordinario di Medicina Interna, Università La Sapienza di Roma e membro del Coordinamento Scientifico dell’iniziativa È indubbio che un paziente con una o più evidenti fratture da fragilità debba essere considerato affetto da una osteoporosi severa e, alla luce dell’elevato rischio di andare incontro ad un’altra frattura nei 12-24 mesi successivi alla iniziale frattura da fragilità, vada gestito attraverso percorsi assistenziali che lo supportino dopo la dimissione ospedaliera. Ciò vale soprattutto per la prevenzione secondaria, affiancando un’adeguata terapia farmacologica, prescritta dal medico e personalizzata in base alle specifiche caratteristiche del paziente, ad una supplementazione di calcio e vitamina D che massimizzino l’efficacia dei farmaci.”
La campagna è patrocinata da ANMAR Associazione Nazionale Malati Reumatici Onlus, Federfarma, FIMMG Federazione Italiana Medici di Famiglia, GIOSEG Glucocorticoid Induced Osteoporosis Skeletal Endocrinology Group, Senior Italia Federanziani, SIE  Società Italiana Endocrinologia, SIM Società Italiana Menopausa, SIMFER  Società Italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa, SIMG  Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, SIMI Società Italiana Medicina Interna, SIOMMMS Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro, SIR  Società Italiana di Reumatologia e SNAMI  Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani.

Per info: www.curaletueossa.it  (Omniapress-28.02.2019)

mercoledì 27 febbraio 2019

RETE ONCOLOGICA NAZIONALE: DALLA TOSCANA PARTE IL PROGETTO "ONCORETE"


Firenze - La Rete Oncologica Toscana con i suoi 20 anni è insieme al Piemonte la più antica tra le quelle regionali: 20 anni di  esperienze e di lavoro che hanno tracciato una strada, fino a quel momento intentata, che può essere d'aiuto e di ispirazione sia per le neonate reti regionali sia per la creazione di una rete oncologica nazionale. Per fotografare in maniera precisa lo stato attuale del lavoro toscano si è tenuto il convegno Oncorete, Sharing and Innovation System. L'evento organizzato da Motore Sanità con il patrocinio di Regione ToscanaISPRO e la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome ha riunito i principali attori della Rete Toscana. Dirigenti medici e dirigenti della Regione hanno quindi avuto un terreno di discussione comune per mettere a fuoco i risultati, discutere su possibili migliorie al sistema attuale e indicare la direzione da prendere per il futuro.
“Il tema della governance nelle reti oncologiche è centrale – dichiara Gianni Amunni, Direttore Generale Istituto per lo Studio, la Prevenzione e la Rete Oncologica (ISPRO) Regione Toscana - in un sistema complesso e articolato, come quello di una rete, è fondamentale avere programmi condivisi ruoli definiti delle diverse istituzioni sanitarie, link strutturati nei percorsi assistenziali interaziendali. Condividere regole, definire volumi appropriati per le singole patologie – prosegue Amunni - governare l'accesso all'innovazione e all'alta specializzazione richiedono una assunzione collettiva di responsabilità che tutti gli attori coinvolti quali, la regione, le Aziende Sanitarie, i professionisti fino alle associazioni dei pazienti. In Toscana ISPRO è la risposta forte e innovativa ai temi della governance – aggiunge il medico - e della reale operatività della rete oncologica". Inoltre il DG di ISPRO sottolinea come la rete deve aiutare sì gli operatori del settore, ma deve essere un valore aggiunto per offrire risposte ai malati oncologici anche fuori dalle strutture ospedaliere. “Un'altro grande successo delle Rete Oncologica Toscana – conclude Amunni – è stato la creazione del Call Center Oncologico che in maniera gratuita offre risposte ai pazienti e ai loro familiari e non solo, perché da quando è operativo ha aiutato anche noi a migliorare il servizio in generale”. La rete Oncologica, soprattutto in questo momento, deve far fronte a budget di spesa sempre più limitati anche nel campo farmacologico dove la Regione sta rientrando da uno sforamento del budget che nel 2018 era di 80milioni di euro. “In questi ultimi anni l'opinione pubblica ha sviluppato una attenzione critica a livello mondiale sulle dinamiche che regolano il prezzo dei farmaci – dichiara Roberto Banfi, Responsabile del Settore Politiche del Farmaco e Dispositivi Regione Toscana - sull'etica del drug pricing, sulla possibilità di accesso alle cure, specie in oncologia. Ed in questo panorama solo una corretta e condivisa governance dei farmaci oncologici – prosegue Banfi - è lo strumento utile e necessario per garantire la sostenibilità delle cure, sia in presenza che in assenza dei fondi dedicati. L'arrivo delle nuove terapie CAR-T - conclude il manager - anche per i tumori solidi probabilmente renderà obsolete molte terapie attualmente in uso, ed il loro valore terapeutico aggiunto ci aprirà nuovi orizzonti di cura e di risultati. Ma anche di "valore" e di costo dei farmaci”. 
Per ulteriori informazioni  www.motoresanita.it (Omniapress-26.02.2019)

venerdì 22 febbraio 2019

SPECIAL OLYMPICS: CAMPAGNA #IoAdottoUnCampione CON VALENTINA VEZZALI E MARTINA VISMARA


Milano (a cura di Marisa de Moliner) -  Impossibile non tifare per loro. Sono campioni di simpatia e non solo, ma anche di ginnastica artistica, al punto che si cimenteranno il prossimo mese ad Abu Dhabi ai Giochi Mondiali di Special OlympicsDieci atleti con disabilità intellettiva che hanno trovato in Valentina Vezzali, la pluridecorata schermitrice italiana, la loro prima tifosa. Tanto da diventare la testimonial dell’iniziativa #IoAdottoUnCampione, la campagna di raccolta fondi, presentata a Milano e indetta dalla Procter & Gamble in partnership esclusiva con Acqua & Sapone per sostenere questa decina di ginnasti agguerriti e pronti a rappresentare l’Italia nel migliore dei modi. Ed è una di queste atlete, la quattordicenne Martina Vismara, assieme alla Vezzali a sorridere sui cartelloni presenti negli oltre 700 punti vendita della catena specializzata in articoli per la cura della persona e della casa.
E così fino al 31 marzo 2019 acquistando in un unico scontrino, almeno 3 prodotti dei marchi coinvolti nell’iniziativa (Dash, Pantene, Gillette, Oral-B, Head&Shoulders, Swiffer, Lenor Ustoppables, Braun, Olaz, AZ, Fairy, Gillette Venus, Mastro Lindo, Viakal, Ambi Pur e Febreeze), si potranno ricevere 5 ticket “Cancella e vinci”. Sarà, inoltre, possibile aggiudicarsi uno dei tantissimi premi in palio. Per ogni scontrino caricato Procter & Gamble donerà 3€ a Special Olympics Italia per il progetto benefico #IoAdottoUnCampione. 
I dieci campioncini emozionantissimi presenti alla presentazione sono stati spronati a mettercela tutta dalla loro prima tifosa, Valentina Vezzali. “Siate coraggiosi -li ha incitati- siate determinati, ma soprattutto siate appassionati. E non credete a chi vorrà convincervi che è impossibile, ma solo a chi vi dirà di non smettere mai di provarci con tutte le vostre forze”. Un consiglio di cui faranno senz’altro tesoro visto che arriva dalla schermitrice italiana più vincente di tutti i tempi.
Un altro sostegno è arrivato da Angelo Moratti, presidente di Special Olympics che vede in #IoAdottoUnCampione: “un utile strumento di raccolta fondi che permette agli atleti di coronare il sogno di partecipare a un evento mondiale, soprattutto in grado di sensibilizzare la comunità sull’opportunità d’inclusione attraverso lo sport”. La stessa inclusione sulla quale ha puntato Procter & Gamble Italia. “Da sempre – ha dichiarato il direttore commerciale Paolo Grue- crediamo nella diversità e nell’inclusione come elementi imprescindibili di una società sana e come chiave per cambiare le regole del gioco e creare un mondo migliore. Una convinzione che condividiamo con Special Olimpics”.
A questo punto non resta che tifare per i 10 speciali atleti della quadra di ginnastica artistica provenienti da tutta Italia: Martina Vismara, Irene Baucchiero, Eleonora Calabrese, Stefania Coneglian, Lorenzo Congiu, Miriam Molinaro, Veronica Paccagnella, Paula Petrisor, Davide Raffa, e Maria Chiara Scuccimarra.
Per info: www.pg.com (Omniapress-21.02.2019)

mercoledì 20 febbraio 2019

"SALVARE IL SSN". ACADEMY SUL GOVERNO DELLA ASSISTENZA SANITARIA CON IL PAZIENTE AL CENTRO


Roma -  L'”Academy, il Governo della assistenza sanitaria il paziente al centro”, tenutasi a Roma presso la Sala Atti Parlamentari del Senato ha riunito esperti del SSN e parlamentari. L'evento organizzato da Motore Sanità per iniziativa del senatore Antonio De Poli (UDC) ha posto i binari su cui sarà necessario muovere il SSN per garantire sia oggi che nel futuro gli altissimi standard a cui ci ha sempre abituato la sanità italiana.
Nella presentazione dell'iniziativa si afferma che il nostro SSN, che ha da poco compiuto 40 anni,  per mantenersi al passo dei tempi ha bisogno di cambiare, anche radicalmente, per adattarsi. Oggi come non mai infatti sembra essere rimasto indietro. Indietro rispetto a una tecnologia che avanza, indietro rispetto a una popolazione che invecchia e indietro rispetto alle patologie di questo secolo. L'onere del cambiamento però non può spettare solo a medici e dirigenti sanitari, deve per forza di cose ricadere anche sulla politica che invece negli ultimi anni si è fatta, nei confronti della sanità, solo portatrice di tagli lineari rallentando ancora di più il percorso di cambiamento del SSN.
“Oggi dobbiamo chiederci cosa fare per mantenere questo modello sostenibile – spiega il Sen. De Poli - considerando la stagione dei tagli in sanità, gli aumenti dei costi dovuti all'invecchiamento della popolazione e all'aumento della cronicità. Serve un Piano Marshall per governare il cambiamento verso una nuova primavera della sanità italiana, partendo dall'integrazione tra assistenza ospedaliera e assistenza territoriale e da una proposta concreta come l'istituzione di un Fondo nazionale per le malattie croniche – prosegue il Questore del Senato - come già accade in altri Paesi europei. Bisogna sostenere la prevenzione, la formazione per contrastare la carenza dei medici e l'integrazione sociosanitaria per costruire una sanità che sia sempre più inclusiva e prenda il carico il paziente a 360 gradi. Per farlo bisogna invertire la tendenza demografica, sostenendo la natalità e le politiche sulla maternità. Quello che sta accadendo, negli ultimi decenni, ci sta portando verso un cortocircuito demografico. - ha evidenziato De Poli - oggi metà della spesa sanitaria nazionale viene assorbita dal 5% della popolazione anziana. Preoccupa lo squilibrio tra la popolazione over 65 (che è arrivata al 35%, una delle più alte in Europa), e la popolazione in età attiva che diminuisce perché si riducono le nascite (-15.000 bambini nati un anno). Se non sosteniamo le nascite, chi sosterrà il SSN del domani?", si chiede con tono retorico il senatore UDC. Da questo possibile piano Marshall però non sono esclusi gli enti universitari e di formazione che, secondo De Poli, devono essere parte essenziale per la programmazione della sanità nel futuro.
Per far fronte al cambiamento c'è bisogno però anche di un cambiamento a livello istituzionale dell'approccio alla sanità, come sottolineato dalla senatrice Paola Binetti, componente 12a Commissione Permanente (Igiene e Sanità). “In Senato molte questioni sociali sono in commissioni diverse, scorporate e suddivise quando andrebbero accomunate. È necessario – prosegue la Sen. Binetti – ripensare il modello organizzativo, senza però toccare i temi cardine: Universalismo e gratuità”. La Senatrice coglie l'occasione anche per lanciare due iniziative per la riorganizzazione: prendere una decisione chiara e netta della posizione che deve prendere il sociale tra regionalismo e nazionalismo e creare una piattaforma che permetta un coordinamento tra i differenti Piani Nazionali presenti in Italia. “Negli ultimi anni c'è stata una deviazione di molte azioni legate al piano sociale a quello sanitario, una scelta dettata unicamente dal taglio radicale dei fondi per il sociale, così per garantire determinati servizi – sottolinea l'Onorevole - si è spostato dove è possibile trovare fondi cioè negli ospedali. Inoltre ad oggi, mentre la sanità è stata regionalizzata per il sociale ancora non si sa quanto della spesa sia proiettata sulle Regioni e quanto sul nazionale”. Ma anche li dove esiste una organizzazione nazionale non si riesce a trovare un piano d'azione comune. “Abbiamo un piano nazionale per gli anziani, un piano nazionale per la disabilità – aggiunge la Senatrice - un piano nazionale per la cronicità, abbiamo tanti piani nazionali che non dialogano tra di loro. Proprio oggi che nei mass media si usa tantissimo la parola “piattaforma” noi non siamo stati in grado di creare una piattaforma che connettesse tutti i Piani Nazionali”.
Quella di Roma è stata anche una giornata di confronto con il mondo sanitario con esponenti della FIMMG, della FNOPI e del Tribunale per i diritti del Malato che in modo chiaro hanno esposto le loro idee e le loro richieste per permettere al SSN di cambiare in meglio. 
Secondo Tonino Aceti, portavoce FNOPI, non si possono escludere assistenti sociosanitari da questo cambiamento, che li vede sempre più protagonisti. "E' il nuovo infermiere la vera innovazione che il Servizio Sanitario Pubblico deve garantire e allo stesso modo in tutto il Paese. Ha un ruolo dirigenziale e di coordinamento, competenze specialistiche avanzate ed è sempre più in grado di riavvicinare il SSN – sottolinea Aceti - alle case delle persone attraverso l'infermieristica di famiglia e di comunità. E' protagonista, attraverso un lavoro integrato con le altre professioni sanitarie, nel contrasto alle disuguaglianze che caratterizzano l'accesso alle cure nelle aree interne e più disagiate del nostro Paese – prosegue il portavoce FNOPI - nonché nell'attuazione delle grandi riforme in corso del SSN a partire dal Piano nazionale della Cronicità. Tutto questo mantenendo il suo tratto identitario che è la vicinanza ai pazienti e il rapporto con loro. Un elemento valoriale – conclude Aceti – importante sia professionalmente che per il “patto col cittadino” che da anni caratterizza gli infermieri”. Parte fondamentale nel processo di cambiamento dovranno essere anche i medici di medicina generale. “Per cambiare il SSN ci sono solo due strade percorribili – afferma Pier Luigi Bartoletti, Vice Segretario Nazionale FIMMG - o ci metti i soldi o cambi organizzazione. Visto che di nuovi fondi non se ne vedono all'orizzonte la domanda è: quando cambiamo l'organizzazione? Negli ultimi anni si sono tagliati un grande numero di ospedali, ma si stenta a riorganizzare l'assistenza sui bisogni nuovi. Se non si chiarisce prima cosa bisogna fare, quali livelli vogliamo assicurare, che grado di accessibilità offrire – conclude Bartoletti - non riuscire a cambiare il SSN”. Secondo l'esperto quindi per risolvere annosi problemi come le liste d'attesa, non servono solo nuovi fondi ma anche e soprattutto un approccio diverso a quello passato. Dello stesso parere anche altri esperti, intervenuti nel corso dell'Academy. “Uno dei principali punti in questione è se le risorse aggiuntive – dichiara Luciano Flor, Direttore Generale AOU Padova - che chiediamo serviranno per continuare quello che stiamo facendo o per migliorare l'attuale sistema. Per cambiare dobbiamo avere chiaro una cosa: che cosa serve e a chi?”. Un'altra proposta/richiesta fatta dal mondo sanitario a quello politico è quella di ricucire il mondo sanitario e quello sociale per offrire un trattamento a 360 gradi al paziente. “C'è un problema serio di presa in carico del paziente, soprattutto per la cronicità. Bisogna riorientare il SSN alle patologie che stanno cambiando”. Afferma Monica Calamai, Direttore Generale Diritti di Cittadinanza e Coesione Sociale Regione Toscana, e propone l'utilizzo di un nuovo tipo di Percorsi Diagnostico Terapeutico Assistenziali, i PDTAS (dove la S sta per sociale). “Una sequenza predefinita, articolata e coordinata di prestazioni erogate a livello ambulatoriale e di ricovero territoriale, che prevede la partecipazione integrata di diversi specialisti e professionisti e del paziente stesso, a livello ospedaliero e territoriale, al fine di realizzare la diagnosi clinica – sottolinea Calamai - la valutazione psico-sociale e concordare con la persona la terapia, l'assistenza, l'attivazione di interventi e risorse sociali e l'adozione di comportamenti di salute più adeguati”. Uno strappo, quello tra sociale e sanitario imprescindibile anche per Sabrina Nardi, Vice Coordinatore nazionale del Tribunale per i diritti del malato- Cittadinanza (TDM) e Direttore del Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici (CnAMC). “È fondamentale rimettere il cittadino al centro, perché troppo spesso accade che il cittadino si trovi in mezzo a decisioni e scelte che non lo coinvolgono – afferma Nardi – in maniera diretta. Inoltre bisogna puntare i riflettori sul fatto che i bisogni sociali e sanitari sono spesso inscindibili per il paziente e quindi trattarti in maniera separata vuol dire forzare la persona a distinguere tra priorità”. Ci sono però branche mediche, come il trattamento delle malattie rare, che invece grazie anche alle collaborazioni europee e internazionali, sono già al passo con i tempi e potrebbero essere usate come modello organizzativo anche per altre branche della medicina e della ricerca medica. “Nel corso degli ultimi due decenni, la comunità scientifica ed istituzionale sta dimostrando che lavorare in rete a livello nazionale, europea ed internazionale con la partecipazione attiva di tutti gli attori interessati nelle malattie rare – afferma Domenica Taruscio, Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, Istituto Superiore di Sanità - contribuisce ad accelerare la ricerca scientifica, lo sviluppo di nuovi dispositivi medici e di farmaci e a facilitare l’accesso ad un'assistenza migliore, con uso più efficiente della risorse umane ed economiche. Verranno citati gli esempi della Rete nazionale malattie rare e delle Reti di riferimento europeo per le malattie rare (ERN). In particolare, le ERN sono state istituite con l’obiettivo di condividere esperienze, competenze e risorse fra i vari Paesi diversi europei”. Insomma, all'Academy di Roma sono state lanciate molte sfide e tantissime idee, ora toccherà alla politica riuscire a metterle in atto.
Per info: www.motoresanita.it (Omniapress-20.02.2019)

venerdì 15 febbraio 2019

MALATTIE CRONICHE PER 25 MILIONI DI ITALIANI. SPESA A 71 MILIARDI NEL 2028. I DATI DELL' OSSERVATORIO UNIVERSITA' CATTOLICA


Roma - L’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane - che ha sede a Roma presso l’Università Cattolica - ha delineato un ampio quadro sulla prevalenza del fenomeno cronicità e sullo scenario futuro che si prospetterà nel nostro Paese nei prossimi 10 anni quando si dovrà fare i conti con l’aumento di queste patologie

Le malattie croniche l’anno scorso hanno interessato quasi il 40% della popolazione italiana, cioè 24 milioni di italiani dei quali 12,5 milioni hanno multi-cronicità. Le proiezioni della cronicità indicano che tra 10 anni, nel 2028, il numero di malati cronici salirà a 25 milioni, mentre i multi-cronici saranno 14 milioni. La patologia cronica più frequente sarà l’ipertensione, con quasi 12 milioni di persone affette nel 2028, mentre l’artrosi/artrite interesserà 11 milioni di italiani; per entrambe le patologie ci si attende 1 milione di malati in più rispetto al 2017. Tra 10 anni le persone affette da osteoporosi, invece, saranno 5,3 milioni, 500 mila in più rispetto al 2017. Inoltre, gli italiani affetti da diabete saranno 3,6 milioni, mentre i malati di cuore 2,7 milioni.
Quanto alle diverse fasce della popolazione, nel 2028, tra la popolazione della classe di età 45-74 anni, gli ipertesi saranno 7 milioni, quelli affetti da artrosi/artrite 6 milioni, i malati di osteoporosi 2,6 milioni, i malati di diabete circa 2 milioni e i malati di cuore più di 1 milione. Inoltre, tra gli italiani ultra 75enni 4 milioni saranno affetti da ipertensione o artrosi/artrite, 2,5 milioni da osteoporosi, 1,5 milioni da diabete e 1,3 milioni da patologie cardiache.
Il problema della cronicità rappresenta una sfida molto importante per il futuro di tutte le popolazioni mondiali poiché, come dice l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), le malattie croniche sono “problemi di salute che richiedono un trattamento continuo durante un periodo di tempo da anni a decadi” e richiederanno l’impegno di circa il 70-80% delle risorse sanitarie a livello mondiale.
La prevalenza di cronici, cioè il numero di malati di patologie croniche, è in costante e progressiva crescita, con conseguente impegno di risorse sanitarie, economiche e sociali. L’aumento di questo fenomeno è connesso a differenti fattori come l’invecchiamento della popolazione e l’aumento della sopravvivenza dovuti al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, al mutamento delle condizioni economiche e sociali, agli stili di vita, all’ambiente e alle nuove terapie.
“L’aumento del numero delle persone affette da patologie croniche è anche un segno del successo del nostro SSN, come testimonia il fatto che il tasso di mortalità precoce è diminuito di circa il 20% negli ultimi 12 anni, passando da un valore di circa 290 a circa 230 per 10.000 persone” afferma il Dott. Alessandro Solipaca, Direttore Scientifico dell’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane diretto dal Prof. Walter Ricciardi.
  
Spese per cronicità: a 71 mld nel 2028
Attualmente nel nostro Paese si stima che si spendono, complessivamente, circa 66,7 miliardi per la cronicità; stando alle proiezioni effettuate sulla base degli scenari demografici futuri elaborati dall’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) e ipotizzando una prevalenza stabile nelle diverse classi di età, nel 2028 spenderemo 70,7 miliardi di Euro.
 Dal lato dell’assistenza primaria, i dati raccolti dai Medici di Medicina Generale (MMG) riferiscono che mediamente in un anno si spendono €1.500 per un paziente con uno scompenso cardiaco congestizio, in ragione del fatto che questi pazienti assorbono il 5,6% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 4,0% delle richieste di visite specialistiche e il 4,1% per le prescrizioni di accertamenti diagnostici.
 Circa €1.400 annui li assorbe un paziente affetto da malattie ischemiche del cuore, il quale è destinatario del 16,0% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 10,6% delle richieste di visite specialistiche e del 10,1% degli accertamenti diagnostici.
 Quasi €1.300 vengono spesi per un paziente affetto da diabete tipo 2, il quale assorbe il 24,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 18,5% delle richieste di visite specialistiche e il 18,2% degli accertamenti diagnostici.
 Un paziente affetto da osteoporosi costa circa €900 annui, poiché è destinatario del 40,7% delle prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, del 35,0% delle richieste di visite specialistiche e del 32,0% degli accertamenti diagnostici.
Costa, invece, €864 un paziente con ipertensione arteriosa che assorbe mediamente in un anno il 68,2% di tutte le prescrizioni farmaceutiche a carico del SSN, il 52,2% delle richieste di visite specialistiche e il 51,7% degli accertamenti diagnostici.

Le differenze sociali
Il quadro sulla cronicità ha nel nostro Paese una spiccata connotazione sociale, con significative differenze di genere, territoriali e di condizione socio-economica.
Le donne sono più frequentemente affette da patologie croniche, il 42,6% delle donne vs il 37,0% degli uomini, divario che aumenta per la multicronicità che affligge quasi un quarto delle donne vs il 17,0% degli uomini. Si tratta di differenze in parte dovute alla struttura per età che, come è noto, è più anziana nelle donne. Particolarmente elevati i divari, a svantaggio delle donne, per l’artrosi/artrite e l’osteoporosi, di cui soffrono, rispettivamente, il 20,9% e il 13,2% delle donne vs l’11,1% e il 2,3% degli uomini.
Le differenze di genere si acuiscono con l’età, nel periodo adulto della vita (45-54 anni) si inverte il divario rispetto all’ipertensione a svantaggio degli uomini (14,1% tra gli uomini, 11,4% tra le donne), crescono le differenze a svantaggio delle donne rispetto alle artrosi/artrite (7,5% tra gli uomini, 12,7% tra le donne), all’osteoporosi (0,9% tra gli uomini, 4,9% tra le donne) e alle malattie allergiche (10,7% tra gli uomini, 13,0% tra le donne). Nella classe di età più anziana (65-74 anni) il divario cresce ancora, le donne sono molto più frequentemente multicroniche (42,6% tra gli uomini, 54,4% tra le donne), con problemi di osteoporosi(5,2% tra gli uomini, 31,2% tra le donne) e di artrosi/artriti (27,8% tra gli uomini, 48,3% tra le donne); lo svantaggio di genere per gli uomini cresce rispetto al diabete (17,6% tra gli uomini, 12,5% tra le donne) e alle malattie del cuore (14,4% tra gli uomini, 5,4% tra le donne).

Cronicità nelle Regioni
La prevalenza più elevata di almeno una malattica cronica si registra in Liguria con il 45,1% della popolazione.
In Calabria si registra la quota più elevata di malati di diabete, ipertensione e disturbi nervosi, rispettivamente 8,2%, 20,9% e 7,0% della popolazione. Il Molise si caratterizza per la prevalenza maggiore di malati di cuore, il 5,6% della popolazione, la Liguria per quella più elevata di malati di artrosi/artriti, il 22,6%, la Sardegna per la quota maggiore di malati di osteoporosi, il 10,4%, infine la Basilicata spicca per la prevalenza più alta di malati di ulcera gastrica o duodenale e bronchite cronica, 4,5% e 7,7% rispettivamente.
La PA di Bolzano presenta la prevalenza più bassa di cronicità per tutte le patologie considerate. I Comuni sotto i 2.000 abitanti sono quelli con la quota più elevata di cronicità, quasi il 45%, mentre nelle periferie delle città Metropolitane si riscontra la quota più elevata di persone che soffrono di malattie allergiche, il 12,2% della popolazione residente.
Nel nostro Paese il livello culturale ha un effetto significativo sul rischio di cronicità. I dati dell’Istat evidenziano, infatti, che le persone con livello di istruzione più basso soffrono molto più frequentemente di patologie croniche rispetto al resto della popolazione, con un divario crescente all’aumentare del titolo di studio conseguito. Nel 2017, nella classe di età 45-64 anni, quella in cui insorge la maggior parte della cronicità, la percentuale di persone con la licenza elementare o nessun titolo di studio che è affetta da almeno una patologia cronica è pari al 56,0%, scende al 46,1% tra coloro che hanno un diploma e al 41,3% tra quelli che possiedono almeno una laurea. L’artrosi/artrite, l’ipertensione e il diabete sono le patologie per le quali si riscontrano i divari sociali maggiori, con riferimento ai titolo di studi estremi, le differenze ammontano, rispettivamente, a 13,1, 12,5 e 7,4 punti percentuali a svantaggio dei meno istruiti.

Differenze di prevalenza si registrano anche rispetto alle professioni. Le categorie maggiormente colpite da patologie croniche sono i disoccupati (quelli alla ricerca di nuova occupazione) e gli autonomi; tra i primi la percentuale di coloro che soffrono di almeno una patologia cronica sono il 36,3%, mentre tra i secondi si attesta al 34,6%. Rispetto alla condizione di multicronicità, i disoccupati palesano mediamente maggiori svantaggi rispetto ad artrosi/artrite e disturbi nervosi. Tra gli autonomi la patologia per la quale palesano mediamente più svantaggio è l’ipertensione.

Di fronte all’allarmante prospettiva di un aumento della domanda di salute, il SSN sta ponendo le basi per attuare un cambiamento indirizzato a una appropriata ed equa gestione della cronicità, così come dichiarato nel Piano Nazionale della Cronicità. Esso nasce dall’esigenza di armonizzare, a livello nazionale, le attività di gestione della cronicità, con l’intento di promuovere interventi basati sulla unitarietà di approccio, centrati sulla persona e orientati verso una migliore organizzazione dei servizi e una piena responsabilizzazione di tutti gli attori dell’assistenza.
Il Piano propone nuovi modelli organizzativi centrati sulle cure territoriali e domiciliari, integrate, delegando all’assistenza ospedaliera la gestione dei casi acuti/complessi non gestibili dagli operatori sanitari delle cure primarie. La “presa in carico” del cittadino dovrebbe avvenire sulla base dei Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali delineati per ogni patologia, sempre tenendo in considerazione le peculiarità di ogni singolo paziente. Questo approccio dovrebbe avere l’obiettivo di offrire ad ogni paziente le cure appropriate al momento giusto e nel luogo giusto, ricevendo l’assistenza di operatori sanitari che, per ruolo e competenze, possono prenderlo in cura affrontando e risolvendo i problemi di salute con un approccio sistemico e multidimensionale.

“Il quadro che si sta prospettando impone, oltre che un nuovo approccio sistemico per l’assistenza ai malati cronici, un cambio di passo delle politiche di prevenzione - conclude il professor Walter Ricciardi, Ordinario di Igiene all’Università Cattolica e Direttore dell’Osservatorio - poiché la sostenibilità della salute dei prossimi anni si gioca sulla capacità di resilienza con azioni proattive delle Istituzioni e dei cittadini in termini di promozione di stili di vita salutari e di prevenzione di secondo livello”.

Per info www.osservatoriosullasalute.it (Omniapress-15.02.2019)