Milano (Marisa de Moliner) - Sfida vinta. E pensare che si trattava di una sfida non da poco. . Reggere il confronto, non scimmiottare “A qualcuno piace caldo“ quello che è un vero capolavoro della cinematografia non solo americana ma internazionale, di quel genio della regia di Billy Wilder. Ma Geppy Gleijeses c’è riuscito forte anche delle precedenti rappresentazioni della commedia portata sulle tavole di altri palcoscenici. Quella del Manzoni, che ospiterà la pièce sino al 29 marzo 2026, è una sorta di una prova del nove, perché ha un pubblico esigente dal palato fine abituato a spettacoli di un certo livello. L’altra sera alla prima l’esame è stato superato dal regista e dai tre protagonisti principali: Euridice Axen, Gianluca Ferrato e Giulio Corso. I tre attori hanno dovuto reggere il paragone nientemeno che con Marilyn Monroe, Jack Lemmon e Tony Curtis. La carta vincente è stata quella di non scopiazzare i tre mostri sacri della celluloide loro predecessori e giocare abilmente con i travestimenti per uscire e rientrare da un ruolo all'altro. Un vero punto di forza che ha permesso di evitare il pericolo in agguato in situazioni del genere di scadere in facili macchiette.
Pericolo scongiurato anche per lo stile registico e interpretativo. La versione di “A qualcuno piace caldo” portata sul palco del teatro Manzoni pur rispettando lo spirito del film, con tocchi che la rendono originale, non si è rivelata una semplice fotocopia. E ha reso bene l’idea Giulio Corso, che veste i panni che furono quelli di Tony Curtis, alla presentazione dello spettacolo quando ha chiesto ai giornalisti intervenuti “Non penso che voi verreste a vedere una copia del film?" precisando poi “non sono bravissimo a imitare, quindi cerco di non scopiazzare dagli altri, mi ispiro a ciò che vedo, cerco di farlo diventare mio e trasformarlo, sempre con grande godimento”. “Grazie anche al sostegno di Gleijeses- sottolinea- che quando vede una cosa che ti riesce bene, ti esalta e ti porta a farla al meglio delle tue possibilità “. Una sintonia che l'attore e il regista hanno sperimentato in un altro spettacolo teatrale tratto sempre da una pellicola di Billy Wilder, in questo caso non comico ma drammatico, “Testimone d'accusa”.
A funzionare non è solo il duo Gleijeses e Corso ma anche quello del brillante giovane attore con l’attore d’esperienza Gianluca Ferrato che, proprio come Tony Curtis e Jack Lemmon, sono stati due comprimari a tutti gli effetti. E se i due protagonisti hanno dovuto raccogliere la pesante eredità delle due celebrità americane la loro collega Euridice Axen ha dovuto sostituirsi a un’icona assoluta senza tempo e cimentarsi con impegno a ricoprire il ruolo di Zucchero Kandisky impersonato nel film di Wilder dalla mitica Marilyn Monroe. Ma la Axen, per la prima volta diretta da Gleijeses, non ha voluto copiarla bensì esserle fedele senza imitarla. “Mi sono ispirata a lei- ha rivelato- non chiedendomi che cosa farei io se fossi quel personaggio, ma che cosa farebbe quel personaggio se fosse me”. Un'interpretazione che ha trovato il consenso del regista quando gli ha detto che non voleva impersonare Zucchero Kandisky ma Marilyn.
E la modalità interpretativa non è l’unico aspetto originale. È, infatti, altrettanto originale e d’effetto la messa in scena che si potrebbe definire due punto zero. Con la quale Geppy Gleijeses ha abilmente creato diversi cambi di scena ricorrendo a proiezioni e utilizzando pochi oggetti reali di scena. “Qui abbiamo potuto ricreare- puntualizza il regista- decine di ambienti diversi, compresi spiagge e yacht di gran lusso, con l’aiuto di tecnologia e videoproiezioni grazie alla collaborazione di Luca Condorelli per le proiezioni, del light designer Francesco Grieco e per gli elementi scenografici di Roberto Crea”. Mezzi moderni che hanno permesso di riprodurre l'intera storia senza ricorrere a tagli come diversamente sarebbe successo con una classica rappresentazione teatrale che, per forza di cose, non può contare su troppi cambi di scena. Ma la nota dominante di questa commedia portata in scena al Manzoni, come quella della pellicola del 1959 del maestro Billy Wilder, è il divertimento assicurato, brillante, non banale, non volgare, che ci ricorda con l'ultima frase del film diventata celeberrima che “Nessuno è perfetto!”
Per maggiori informazioni: www.teatromanzoni.it (www,agenziaomniapress.com - 23.3.2026)
