Venezia (Linda Bajàre*) - La Biennale di Venezia nata nel 1895, come iniziativa del Comune di Venezia, viene spesso raccontata come il luogo supremo dell’arte contemporanea. In realtà, da sempre, è anche un dispositivo politico estremamente sofisticato. Basta guardare la sua struttura più celebre: i padiglioni nazionali. Il primo fu quello del Belgio nel 1907; seguirono Germania, Gran Bretagna e Ungheria nel 1909, poi Francia e Olanda nel 1912, e Russia nel 1914. Non era una scelta innocente: il sistema dei padiglioni traduceva già allora in architettura la geografia del potere europeo. La Biennale nasceva così non solo come mostra, ma come una vera mappa simbolica degli Stati.
Questa natura politica non è un’aggiunta successiva: è inscritta nella storia dell’istituzione. Nel 1930 la Biennale fu trasformata in Ente Autonomo sotto il controllo dello Stato fascista; nel 1998 l’ex ente pubblico fu trasformato in persona giuridica di diritto privato, e dal 2004 assunse la denominazione attuale di Fondazione La Biennale di Venezia. Ma “privato” non significa indipendente in senso assoluto: il suo bilancio 2024 mostra 32,804 milioni di euro di contributi pubblici, accanto a entrate proprie rilevanti; inoltre le sedi pubbliche veneziane sono messe a disposizione sulla base della legge istitutiva. La Biennale, quindi, non è un semplice organismo autonomo: è una fondazione di diritto privato con particolare interesse nazionale e con una forte infrastruttura pubblica.
C’è poi una curiosità importante, raramente spiegata bene: molti padiglioni non appartengono alla Biennale. Il sistema funziona perché gli Stati partecipano su iniziativa propria; se possiedono un padiglione ai Giardini, notificano la partecipazione, altrimenti presentano richiesta tramite l’autorità governativa competente. La Biennale lo ha ribadito esplicitamente nel 2024 e di nuovo nel 2026: è una “open institution” e, in risposta alle richieste degli Stati, “rifiuta ogni forma di esclusione o censura della cultura e dell’arte”. Questo spiega perché il dibattito sulle esclusioni sia sempre tanto acceso: la Biennale non si comporta come un museo che seleziona liberamente i propri invitati, ma come una piattaforma internazionale regolata da una logica quasi diplomatica.
Anche le architetture parlano. Il caso più emblematico è il Padiglione tedesco, ridisegnato nel 1938 in piena epoca nazista. Il fatto che quell’edificio sia rimasto attivo dopo la guerra è uno dei cortocircuiti più forti della Biennale: non un padiglione neutro, ma uno spazio architettonico che conserva la memoria del potere. Non è un caso che nel 1993 Hans Haacke, con Germania, lo abbia trasformato in un’opera sulla storia stessa del padiglione, rompendo il pavimento e rendendo visibile la violenza sedimentata nello spazio. La Biennale, qui, smette di esibire una nazione e comincia a mettere in scena la sua coscienza storica.
Le guerre hanno interrotto la Biennale in modo netto: niente edizioni tra 1916 e 1918 durante la Prima guerra mondiale, e tra 1943 e 1947 nel contesto della Seconda. Un dettaglio poco noto, ma straordinariamente emblematico, è che tra il 1943 e il 1945, con la chiusura di Cinecittà dopo l’armistizio, diversi padiglioni dei Giardini furono usati dal sistema cinematografico trasferito a Venezia. È un’immagine quasi perfetta della Biennale: gli edifici nati per rappresentare le nazioni diventano, in tempo di guerra, infrastruttura di sopravvivenza culturale e propagandistica.
L’edizione del 1948 è considerata una delle più importanti nella storia della Biennale di Venezia. Non solo riaprì la manifestazione dopo la guerra e la caduta del fascismo, ma presentò anche una significativa retrospettiva di Pablo Picasso (presentata da Guttuso). In quella stessa edizione arrivò anche la collezione di Peggy Guggenheim, che introdusse a Venezia opere europee d’avanguardia e nuovi artisti astratti americani. Per questo molti studiosi considerano il 1948 come uno dei primi segnali del progressivo spostamento del baricentro dell’arte moderna da Parigi a New York nel dopoguerra.
Ma il vero punto di svolta fondativo della Biennale contemporanea è il 1968. Secondo l’Archivio Storico della Biennale, pochi giorni prima dell’apertura gli studenti occuparono università e accademie e presero di mira la Biennale come simbolo di cultura borghese e di uno statuto percepito come ormai superato. Le proteste ostacolarono l’apertura; i premi vennero poi sospesi e non sarebbero tornati fino al 1986. È uno snodo essenziale, perché da lì in avanti la Biennale smette definitivamente di essere solo celebrazione e diventa terreno di conflitto critico.
Tra gli episodi che mostrano con particolare chiarezza come la Biennale di Venezia sia stata anche uno spazio di riflessione geopolitica sull’arte, viene spesso ricordato il Gran Premio per la pittura assegnato a Robert Rauschenberg nel 1964. Fu la prima volta che un artista americano ricevette il massimo riconoscimento della manifestazione. La decisione suscitò un ampio dibattito tra critici e giurati europei e fu interpretata da molti come il segnale simbolico di un cambiamento negli equilibri culturali del dopoguerra. In piena Guerra Fredda, quel premio rese visibile l’importanza della scena artistica statunitense, consolidando il ruolo della Biennale come luogo di legittimazione globale dell’arte contemporanea.
Diversi decenni dopo, la presenza di Barbara Kruger al Padiglione degli Stati Uniti nel 1982 segnò un’altra fase nel rapporto tra arte, società e politica all’interno della Biennale. Attraverso fotografie e slogan incisivi ispirati al linguaggio dei media e della pubblicità, Kruger portò nello spazio espositivo una riflessione critica sui meccanismi della comunicazione visiva, sul potere delle immagini e sulla costruzione dell’identità individuale all’interno della società dei consumi. Il suo lavoro affrontava apertamente temi come il patriarcato, la rappresentazione del corpo femminile e le dinamiche di autorità e persuasione che attraversano la cultura contemporanea.
In entrambi i casi, la rilevanza non riguarda soltanto i singoli artisti, ma il ruolo stesso della Biennale come luogo in cui emergono e si rendono visibili le trasformazioni culturali del proprio tempo: se con Rauschenberg si manifestò un nuovo equilibrio nel panorama artistico internazionale, con Kruger emerse una pratica artistica capace di interrogare criticamente linguaggio, potere e costruzione simbolica dell’identità.
Da allora i padiglioni sono diventati il luogo in cui gli Stati, ma soprattutto gli artisti, affrontano i temi più incandescenti del presente. Nel Padiglione Gran Bretagna 2022, Sonia Boyce con Feeling Her Way ha costruito il progetto attorno a cinque musiciste nere britanniche, portando al centro voce, collaborazione, rappresentazione e storia culturale black-feminine; il progetto ha vinto il Leone d’Oro per la migliore partecipazione nazionale. Nel Padiglione Stati Uniti 2022, Simone Leigh con Sovereignty ha dedicato il padiglione alla costruzione della soggettività femminile nera, intrecciando il corpo, forme di architettura tradizionale e la storia delle culture afrodiscendenti; la commissione statunitense lo ha presentato come il primo padiglione USA interamente dedicato alle esperienze e ai contributi delle donne nere.
Nel 2024 l’Australia ha vinto il Leone d’Oro con Archie Moore: il padiglione trasformava 65.000 anni di genealogia First Nations in un archivio doloroso, accompagnato da documenti statali redatti relativi ai decessi in custodia. Nello stesso anno il Padiglione Brasile ha riportato al centro il mantello Tupinambá e, con esso, il tema della restituzione, della memoria coloniale e del rapporto fra Stato e popoli indigeni. Sono due casi chiarissimi di come la Biennale oggi funzioni spesso non come celebrazione nazionale, ma come spazio in cui una nazione espone le proprie fratture interne.
Se si guarda di nuovo più indietro, il Padiglione Armenia 2015, premiato con il Leone d’Oro, fu riconosciuto per aver costruito un padiglione “basato su un popolo in diaspora”, in un anno segnato dal centenario del genocidio armeno. Il Padiglione Ghana 2019, alla sua prima partecipazione, ha segnato un momento importante di riscrittura postcoloniale dentro una struttura storicamente europea. Il Padiglione Lituania 2019, con Sun & Sea (Marina), premiato anch’esso con il Leone d’Oro, ha usato l’apparente leggerezza di una spiaggia artificiale per trasformare la crisi climatica in una delle allegorie più efficaci viste in Biennale negli ultimi anni.
Sul tema delle esclusioni, la storia è molto più complessa di quanto spesso si dica. Il precedente più forte resta il Sudafrica, che secondo la letteratura giuridico-storica venne riammesso alla Biennale solo nel 1993, nel contesto della transizione dall’apartheid alla democrazia. È un precedente importante, ma va usato con precisione: non come formula automatica per ogni conflitto contemporaneo, bensì come prova del fatto che la Biennale, in alcune epoche, ha rispecchiato anche processi di isolamento internazionale. Il precedente sudafricano va però letto come eccezione storica maturata in un contesto politico e istituzionale molto diverso da quello attuale.
Questo ci porta ai casi che oggi dominano il dibattito: Russia e Israele. Per la Russia, è essenziale ricordare che nel 2022 la Biennale non decretò formalmente un’espulsione: il curatore e gli artisti del Padiglione della Federazione Russa si dimisero, cancellando la partecipazione, e la Biennale espresse solidarietà verso quel gesto. Nel 2026, però, la Russia compare di nuovo nell’elenco ufficiale delle 99 partecipazioni nazionali, scelta che ha riaperto il dibattito internazionale. Per Israele, la Biennale nel 2024 ha dichiarato di non poter prendere in considerazione petizioni per escludere Israele o Iran; nello stesso tempo, il team del padiglione israeliano decise di non aprire la mostra fino a un accordo per cessate il fuoco e rilascio degli ostaggi. Per il 2026, Israele risulta tra le partecipazioni ufficiali, mentre la Biennale ribadisce ancora la propria linea di apertura istituzionale.
Dunque, è giusto o sbagliato che Russia e Israele partecipino oggi? La storia della Biennale suggerisce una risposta meno ideologica e più strutturale. La Biennale non è il tribunale chiamato a giudicare chi è buono o cattivo, né è nata per risolvere i conflitti, ma per renderli visibili all’interno di un quadro di rappresentazione culturale.
Quando funziona bene, non assolve gli Stati e non li demonizza in automatico: lascia piuttosto che siano i padiglioni, gli artisti e le loro scelte a mostrare il grado di consapevolezza, responsabilità o rimozione che ciascun contesto porta con sé. In questo senso, la questione non è solo se un paese debba partecipare, ma come lo faccia, con quale linguaggio e con quale coscienza della propria posizione storica. Ed è forse proprio qui che la Biennale rivela la sua verità meno romantica e più interessante: non un luogo dove la politica scompare nell’arte, ma uno dei pochi luoghi in cui la politica è costretta a esporsi in forma culturale.
In questo contesto, la Biennale di Venezia continua a rappresentare uno degli osservatori più sensibili del nostro tempo. Non solo una grande esposizione internazionale, ma uno spazio in cui arte, società e politica inevitabilmente si riflettono e si interrogano a vicenda. Del resto, l’arte è lo specchio della società: nelle sue forme più acute riesce a rendere visibili tensioni, domande e trasformazioni che attraversano il mondo ben oltre i confini dell’arte stessa.
In un’epoca segnata da instabilità geopolitiche, conflitti e profonde trasformazioni sociali, sarà interessante osservare come gli artisti e i padiglioni nazionali sapranno confrontarsi con queste realtà. La speranza è che le giornate di apertura possano svolgersi in un clima di dialogo e di rispetto, senza che le inevitabili tensioni politiche prendano il sopravvento sull’incontro culturale.
Forse è proprio in momenti come questi che la Biennale dimostra la sua funzione più autentica: non offrire risposte definitive, ma aprire uno spazio in cui il presente possa essere osservato, discusso e, almeno per un momento, compreso attraverso il linguaggio dell’arte. (www.agenziaomniapress.com - 19.3.2026)
* Ecco, ho cercato di offrirvi uno sguardo un po’ più profondo sull’identità della Biennale di Venezia e sulla complessità che da sempre accompagna questa straordinaria istituzione. Spero di esserci riuscita.
Vi racconterò di più direttamente dalle giornate di apertura, quando i padiglioni prenderanno finalmente vita e sarà possibile osservare da vicino come questa edizione dialogherà con il momento storico che stiamo attraversando.
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Linda Bajare
Linda Bajàre - Art Advisory Service


